Riflessioni, frammenti, citazioni...di vita

venerdì 27 agosto 2010

Trasformare il veleno in medicina


Il Buddismo spiega che la nostra vita viene costantemente "avvelenata" dai tre veleni di Avidità, il desiderio di ottenere ciò che vogliamo, Collera, il desiderio di controllare o di schiacciare gli altri, e Ignoranza o stupidità, l'incapacità di comprendere la vera natura della vita.Questi veleni, che si manifestano anche sotto forma di arroganza, di dubbio e in altre mille sfaccettature distruttive e oscurate, che possiamo chiamare genericamente
"illusioni e desideri terreni" (giapp. : bonno), danno origine ad azioni della stessa natura oscurata e distruttiva, che a loro volta creano nella vita karma negativo, i cui effetti si manifestano come sofferenze di vario tipo. Le sofferenze vanno a incrementare i desideri terreni, che ci portano a ripetere azioni distorte che creano ancora karma negativo e sofferenza. Insomma, una persona incatenata nel circolo vizioso dei tre sentieri di desideri, karma e sofferenza, è destinata a soffrire vivendo costantemente negli stati inferiori dell'esistenza, chiamati i sei sentieri o i sei mondi bassi, e questa condizione le impedisce di raggiungere la Buddità. Ogni volta che una nuova dose di veleno, in forma di sofferenza, malattia, difficoltà, pervade la nostra vita è difficile mantenere la lucidità e la fermezza di considerare che proprio ciò che ci sta annientando possa diventare la medicina che ci cura e ci guarisce. È naturale che la prima reazione sia di maledire ogni singola goccia di veleno che ci intossica e di pensare che se non ci fosse staremmo sicuramente meglio. D'altra parte, finché continuiamo a sentirla soltanto come veleno significa che dentro di noi sta vincendo la nostra oscurità. Ma soprattutto, la nostra condizione infelice non cambia, anzi peggiora. 

Per fare un esempio, lo stesso Shijo Kingo, uno dei discepoli vicini al Daishonin, uomo d'azione e dalla fede sincera, si trovò ad affrontare un "veleno" di alcuni anni che avrebbe annientato chiunque. Tutto iniziò nel 1274 quando egli cercò di convertire il suo signore, Ema agli insegnamenti del Daishonin. Ema riponeva una grande fiducia in Shijo Kingo, che aveva servito la sua famiglia fin dai tempi di suo padre ma, in seguito a trame e intrighi orditi dal prete Ryokan, acerrimo nemico del Daishonin, Kingo venne a perdere i favori del suo signore. Si ritrovò emarginato e insultato dagli altri samurai che, invidiosi, non perdevano occasione per calunniarlo. La situazione peggiorò al punto di mettere in pericolo la sua vita. Nel 1277 sembra che Ema avesse deciso di togliergli il feudo. A quell'epoca, per un samurai come Shijo Kingo, equivaleva alla morte, anzi era un disonore e una disgrazia a cui la morte era senz'altro preferibile. Tanti sono i Gosho in cui Nichiren lo incoraggia costantemente a essere prudente e ad agire con saggezza senza lasciarsi prendere dall'ira. Proprio nel bel mezzo di quella situazione che sembrava senza via d'uscita, Ema venne contagiato da un'epidemia e Kingo poté riconquistare la sua fiducia curandolo e portandolo alla guarigione. Nel 1278 Ema lo ricompensò con tre nuovi feudi. Sembra però che queste terre fossero lontane e Kingo non fosse poi così soddisfatto del regalo. Eppure, considerando che cosa aveva rischiato, i nuovi feudi erano la sua salvezza. Il Daishonin nel Gosho del feudo: lo fa riflettere e lo incoraggia a considerare l'assegnazione delle nuove terre come un evento molto fortunato, quasi miracoloso, e a liberarsi il cuore da ogni lamentela e insoddisfazione. E aggiunge un insegnamento sottile ma profondo: «Anche se a te non piace, non devi dirlo agli altri né al tuo signore. Se dici "sono buone terre, ottime terre" potrai ottenerne altre, ma se ti lamenti che la zona non ti piace e che la terra non rende, sarai abbandonato dagli dèi e dagli uomini» (SND, 8, 76). 

Anche a noi spesso accade la stessa cosa, ci è difficile apprezzare i benefici che riceviamo e siamo bravi a rivolgere l'attenzione sugli aspetti meno favorevoli della nostra condizione. Makiguchi diceva che «siamo portati ad apprezzare una candela in una notte buia, ma raramente apprezziamo il sole». Ma il veleno si trasforma in medicina solo quando impariamo a sviluppare apprezzamento e gratitudine per gli aspetti positivi di qualsiasi situazione della vita. Se orientiamo positivamente la nostra mente con la decisione ripetuta e costante di cambiare e migliorarci attraverso qualsiasi occasione - positiva o negativa - accumuleremo una immensa fortuna e attiveremo le funzioni positive della vita. E naturalmente la gioia e la gratitudine influenzeranno positivamente anche la nostra realtà esterna. La fede, la nostra forza invisibile, ha l'enorme potere di trasformare il peggior veleno nella medicina più efficace e di indirizzare la vita verso la piena realizzazione di ogni singolo desiderio. L'aspetto fondamentale sta nel trasformare la sfiducia e il pessimismo in convinzione, speranza per il futuro e sincero apprezzamento delle occasioni e delle sofferenze che incontriamo. La recitazione del Daimoku è uno strumento insostituibile per costruire una simile tendenza. Appena decidiamo di affidarci al potere di Nam-myoho-renge-kyo sentiremo che il veleno della sofferenza si trasforma nella medicina della convinzione e della gioia. E da questo momento avviene il cambiamento sostanziale nella nostra vita, ciò che consideravamo come impossibile inizia a prendere forma e diventa possibile, ciò che consideravamo come impossibile inizia a prendere forma e diventa possibile, una situazione senza via d'uscita lascia scorgere quel varco tanto cercato, che era invisibile fino a un attimo prima.

Nichiren Daishonin approfondisce la questione in questo brano: «Il bodhisattva Nagarjuna, nell'interpretare il carattere myo di  myoho (Legge mistica) dice che [il Sutra del Loto] è come un grande medico che può cambiare il veleno in medicina. Cambiare il veleno in medicina significa trasformare i tre sentieri di desideri terreni, karma e sofferenza nelle tre virtù del corpo del Dharma, della saggezza e dell'emancipazione» (GZ, 984). Attingendo al potere rivitalizzante del carattere myo di Nam-myoho-renge-kyo, l'agente catalizzatore che innesca la trasformazione, i tre sentieri possono trasformare la loro natura e manifestarsi come le tre virtù del Budda: 1) il corpo del Dharma, che è la verità che il Budda ha compreso o il vero aspetto di tutti i fenomeni; 2) la saggezza, che è la capacità di comprendere questa verità; 3) l'emancipazione, che è la condizione di libertà dalle sofferenze di nascita e morte. Quindi da un punto di vista più profondo dove non c'è veleno non ci potrà mai essere alcuna medicina. Così come dove non c'è il fango non può nascere il fiore di loto. Appena impareremo a riconoscere nel veleno quel suo lato benefico saremo in grado di non rifiutarlo, di non arrabbiarci o di disperarci più, ma riusciremo ad accettarlo per quello che è davvero, una sostanza nociva e dolorosa che può essere trasformata istantaneamente nella cosa migliore che ci sia mai accaduta nella vita. A volte, può accadere che il veleno stenti a trasformarsi in medicina, anzi diventi sempre più velenoso, quando i tempi si allungano e la nostra dose di pazienza sta per esaurirsi è utile ricordare che quel famoso agente catalizzatore che trasforma il veleno nella medicina lo possiamo innescare soltanto noi con il potere della fede, con quella forza invisibile che trasforma davvero la natura profonda della vita. È possibile accelerare il processo di trasformazione ampliando la visuale: è il momento di sviluppare la componente altruistica del proprio cuore. Tamotsu Nakajima ci ricorda che «noi recitiamo Nam-myoho-renge-kyo con l'intenzione di rendere felici tutti gli esseri viventi. Una persona che pensa alla propria vita è normale. Ma appena comincia a studiare il Gosho dovrebbe comprendere che non si recita Daimoku solo per se stessi e che la sua felicità è inseparabile da quella degli altri» (Il Nuovo Rinascimento n. 298, pag. 10). Preoccuparsi sinceramente della felicità altrui significa fare proprio l'intento e il pensiero del Budda originale. A quel punto sentiremo che i veleni che ci imprigionavano si sono tramutati nelle tre virtù del Budda. L'Avidità diventa compassione, il desiderio di una vita migliore per tutte le persone. La Collera diventa coraggio, il desiderio di correggere le ingiustizie per sé e per gli altri e l'ignoranza diventa saggezza, la capacità di vedere lucidamente la vita. In questo modo possiamo usare ogni aspetto della nostra vita, anche il più velenoso, per creare infinito valore sia per noi che per gli altri. E come afferma Daisaku Ikeda: «Nel Buddismo di Nichiren lo scopo non è meramente ripagare il nostro debito karmico in modo che il bilancio torni in pari; piuttosto è convertire il bilancio negativo in positivo. Ciò è possibile grazie alla natura di Budda che esiste nella vita di ogni persona. L'idea di cambiamento del karma è saldamente sostenuta dalla fede nella nostra natura di Budda. Le grandi difficoltà ci danno l'opportunità di forgiare e temprare la nostra vita. I momenti di maggior sofferenza sono quelli in cui possiamo maggiormente arricchire la nostra umanità» (MDG, 2, 4).

 Tratto da NR 332

martedì 17 agosto 2010

Ryunio, figlia del Re Drago

Ryunio è una bambina che ha appena compiuto otto anni.
È una che capisce subito le cose, anche quelle che non si vedono. Lei, ad esempio, è capace di guardare un paio di scarpe e di capire tutti i viaggi che hanno fatto, lei è capace solo guardando gli occhi delle persone di capire chi sono i loro amici, quali sono i loro dolori, come sarà il loro futuro. Conosce un sacco di cose anche molto difficili, e certe volte si mette tutta seria seria a chiedersi il perché della vita, e i pensieri che fa e le parole con cui li dice sono meravigliosi. E poi, anche se è così piccina, soffre e gioisce per gli altri come fossero tutti figli e figlie sue. È gentile, benevola, dolce, con un carattere sensibile e forte allo stesso tempo. Insomma è davvero magica ed è difficile crederci perché tutti lì dicono che è impossibile essere così saggi quando si è così piccoli e così femmine. Perché le femmine, dicono, non possono diventare così sagge in così poco tempo. Quasi neanche i maschi lo possono, figurati le femmine, dicono (tanto tanto tempo fa c’erano credenze del genere). Tant’è che un giorno il signor Accumulo di Saggezza (si chiama proprio così perché sa praticamente tutto), che stava discutendo di cose molto profonde con altri saggi, dice: «Per essere magici lo sappiamo ci vogliono kalpa e kalpa (è così che loro chiamano gli anni), ci vogliono kalpa e kalpa di esercizi difficilissimi senza mai riposare. Solo dopo aver fatto tutto questo ce la si può fare. Non ci posso credere che questa bambina ce l’abbia fatta in così poco tempo».
Insieme a lui c’era Manjushri (avevano questi nomi strani a quel tempo e in quel paese). Manjushri era un saggio che l’aveva conosciuta bene per essere stato tanto tempo nel regno del padre di Ryunio, il famoso Re Drago.
E poi c’era Shariputra, un saggio conosciuto da tutti perché aveva letto tutti i libri del mondo e conosceva milioni di milioni di parole. E c’era soprattutto Shakyamuni, un saggio saggissimo perché era quello che sapeva guardare meglio nel cuore delle persone e che loro, per questo, chiamavano Budda (Budda è una parola che vuol dire all’incirca “persona che sente il cuore degli altri, desidera la loro felicità e capisce il senso della vita”).
Mentre questi signori saggi stavano discutendo sulle capacità di questa bambina, eccola là che appare improvvisamente: Ryunio era proprio piccola come se la ricordava Manjushri.
Lei avanza verso di loro e arrivata lì davanti china il capo in segno di rispetto. Allora Shariputra le dice: «Tu presumi di avere raggiunto la conoscenza profonda della vita in così breve tempo ma questo è davvero difficile da credere. Solo dopo aver trascorso tanto tempo e aver fatto tanti esercizi e prove difficilissime alla fine si può ottenere questa conoscenza profonda. E le donne non possono farcela. Figurati le bambine. Come hai fatto?»
Allora Ryunio si toglie dalla tasca un gioiello che aveva con lei, prezioso come milioni di mondi, lo porge al Budda Shakyamuni e il Budda lo accetta immediatamente. E poi lei dice, rivolta ad Accumulo di Saggezza e a Shariputra: «Io ho offerto questo gioiello e il Budda l’ha accettato, non è accaduto forse in un attimo?»
«Sì», rispondono loro un po’ stupiti. «Allora – riprende Ryunio – ora osservatemi bene e guardate cosa so fare in modo ancora più veloce».
E lì successe qualcosa di straordinario: tutti videro la bambina trasformarsi in un istante in un uomo. (Per loro, infatti, solo un uomo poteva essere veramente saggio e capire il senso della vita). Insomma tutti la videro predicare la Legge agli dèi e agli esseri viventi di quel tempo. I cuori di tutte le persone del mondo si riempirono di gioia. Tanti, tantissimi, ascoltandola, riuscirono a capire il senso della vita e come la vita funziona e diventarono felici.
Il mondo si scosse e tremò in sei modi diversi.
Poi la bimba tornò se stessa, alta poco più di un metro e saggia quanto tutti i mondi. Più alta e saggia di quando per convincerli aveva usato lo stratagemma della trasformazione.
Accumulo di Saggezza e Shariputra e tutti gli altri che erano lì capirono. E non se lo scordarono più.
Questo racconto è contenuto nel Sutra del Loto. E serve a insegnarci che la comprensione profonda della vita è una capacità che non si guadagna con lo studio o con l’età. La saggezza è una cosa che abbiamo dentro di noi. Che non si ottiene studiando o facendo fatiche grandissime ma andando al cuore delle cose.

(rielaborata da Gianna Mazzini)
BUDDISMO e SOCIETA'/maggio giugno duemiladue/speciale / pagine 24 e 25